sabato, 14 novembre 2009
freemasonry by marco silvestri
DAL VERBO ALLA COPULA, PER CINQUEMILA EURO


Cos’hanno in comune un ovocita, un crocefisso e un transessuale?

Facile, dirà qualcuno, se il crocefisso è quello che bisogna rimuovere dalle aule e il transessuale è quello che si porta a letto Marrazzo, la risposta è: cinquemila euro.

C’è chi li guadagna stando comoda in un bilocale di via Gradoli (certo non c’è il lettone di Putin, ma se ti affacci dal balconcino giusto all’ora giusta dicono si godano dei gran tramonti, per animi romantici) e chi invece deve sbattersi fino a Strasburgo, dove ha sede nientepopodimeno che la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo – sapete come si regolano da quelle parti, no? Nome altisonante, organo impotente. A meno che non sia in gioco l’opportunità di sferrare l’ennesimo calcio alle gonadi continentali, e cioè alle radici romano-cristiane dell’Europa, nel qual caso gli uomini delle istituzioni comunitarie smettono i panni di Re Tentenna per indossare quelli di Tafazzi.

E’ di ieri la sentenza che riconosce la fondatezza del ricorso di Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana di origine finlandese e residente a Abano Terme, in provincia di Padova. Già nel 2002 la signora, a cui i pargoli non danno evidentemente troppo da fare, si era rivolta alla magistratura italiana affinché ordinasse all’istituto scolastico statale Vittorino da Feltre di rimuovere il crocefisso dalle aule.

Collezionando una serie di pareri negativi, nel 2007 la Lautsi Albertin dirotta le sue laiche rivendicazioni verso le strutture europee, notoriamente più comprensive nei confronti di queste tematiche. E le strutture europee non la deludono. Non solo danno ragione alla Lautsi nel merito (“La presenza del crocefisso…potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione” si legge nella sentenza, e ciò “potrebbe essere fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei”), ma dispongono in favore della signora un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.

Devono essere tremendi quelli subiti da Daico e Sami, i figli della signora Lautsi Albertin, che all’epoca dei fatti avevano 13 e 12 anni. Quale sgomento devono aver provato quando, durante l’interrogazione, intenti a cercare con lo sguardo i suggerimenti di un compagno di classe, i loro occhi hanno incontrato l’inquietante “simbolo religioso”; chissà, magari gli hanno dato la colpa del brutto voto, proprio a lui sì, così sofferente e menagramo. Qualcuno in quei momenti lo prega ma loro no, a loro mamma non mette nello zainetto il la merenda col santino, ma il tesserino di associato UAAR.

Per i coniugi Albertin e per la Corte europea il problema è il “simbolo religioso”, non la mancanza di simboli condivisi. I coniugi Albertin e la Corte europea non si accorgono che quasi non esiste più un “ambiente scolastico” degno di questo nome, e che da molto tempo ormai i giovani non “avvertono” affatto di “essere educati”, e in effetti non lo sono, forse perché non ci sono più regole da insegnare e da riconoscere come vere e oggettive.

Per gli atei-razionalisti Albertin e per la Corte dei Tafazzi l’urgenza è quella di non ferire i sentimenti degli atei (spiriti sensibili ma di tendenze totalitarie, a quanto pare) e delle “minoranze religiose”, a cui regaliamo il diritto a non praticare la reciprocità nei loro Paesi di origine: perché mai, infatti, dovrebbero garantirci in casa loro un rispetto ed una considerazione a cui rinunciamo così facilmente e da soli a casa nostra? Allora via il crocefisso ed ecco ristabiliti i diritti delle minoranze.

E il diritto della maggioranza, sistematicamente boicottato, offeso, svilito? Conta ancora qualcosa, in uno Stato che si picca di alimentarsi dei principii della democrazia?

I Romani hanno lasciato un dettato prezioso: divide et impera. Corteggiare i diritti delle minoranze è infinitamente più utile. Quando poi non si hanno a disposizione, si possono sempre creare ad arte, a tavolino o in laboratorio. Tutto purché si annienti l’identità, di cui la maggioranza è depositaria.

Su cosa si fonda l’identità del singolo? Sul sesso, che è ciò che rende l’essere umano maschio o femmina; sulla famiglia, che rappresenta la possibilità stessa, per un individuo, di crescere come persona; sulla fede, ossia ciò in cui questa persona sceglie di credere, in cui ripone le proprie speranze e per cui è disposta a sacrificare la vita.

Dio l’hanno ammazzato da un pezzo. Ma siccome l’uomo ha un insopprimibile bisogno di credere, e un altrettanto insopprimibile necessità di qualcuno che lo aiuti a portare il fardello delle proprie colpe e a cui delegare, almeno in parte, i propri fallimenti, hanno provato a rimpiazzarlo con le ideologie. Non ha funzionato, l’uomo non dà il meglio di sé quando tenta di sostituirsi a Nostro Signore. E forse il crocefisso ci ricorda troppo intensamente sconfitte e demeriti della nostra arroganza, ed è per questo che facciamo sempre più fatica a sopportarne la presenza.

La differenza di genere sembrava agli ingenui, tra cui probabilmente il buon Creatore, tanto naturale quanto insovvertibile, e invece. Mai sottovalutare quando i vantaggi della resilienza sposano le varianti della perversione. Nasce il transessuale, capace di risollevare le sorti (e non solo) di innumerevoli uomini mai più riavutisi dalle vittorie di Pirro di un femminismo bullo e fittizio, che ha barattato la femminilità con una solida, democraticissima volgarità, radicata nei modi, nei gesti e nel pensiero. E siccome quando si ha a disposizione l’originale non ci si accontenta di una copia, ecco il godimento della compagnia di un trans, civetteria e cameratismo, donna e uomo, capace di prendersi in giro e di non coltivare aspettative che andranno deluse. Perdona persino se stesso,  vuoi che non sia clemente con me?

Rimaneva il baluardo inaspettato della famiglia, nonostante gli spot del Mulino Bianco facciano di tutto per renderla invisa e grottesca. La famiglia: un padre, una madre, un figlio, magari due.

E se i figli non arrivano? A questo punto entra in campo l’ovocita.

L’ovocita è il protagonista indiscusso della procreazione assistita, per mezzo del procedimento di fecondazione in vitro. Il costo dell’operazione in una clinica privata è di circa quattromila euro, se però lo sperma viene iniettato dal biologo direttamente nell’ovocita attraverso il micromanipolatore, allora si paga un supplemento di mille euro e arriviamo a cinquemila – vedete che i conti tornano?

Ma fin qui servono ancora un produttore di sperma e una produttrice di ovocita, ovvero un papà e una mamma. Troppo facile, si sono detti quelli delle minoranze sgomente, quelli che difendono i diritti dell’uomo, ma a cui piacciono più i diritti che gli uomini, perché i diritti possono riscriverli a loro piacimento, coi diritti puoi caricarti in macchina il trans e decidere se fare finta di amarlo, sniffarci coca o raccontargli del brutto voto di tuo figlio.

Occorreva liberarsi dell’ingombrante presenza della famiglia. Ebbene, lorsignori ci stanno lavorando sodo, e sono ad un passo dal successo. I ricercatori dell’università americana di Stanford hanno annunciato di aver ricavato ovociti e spermatozoi da cellule staminali embrionali, obbligando queste ultime, derivate da embrioni in sovrannumero ottenuti con il procedimento della fecondazione assistita, a trasformarsi in cellule germinali.

Certo, si tratta di spermatozoi versione Brunetta, con la testa e la coda più piccine di quelli naturali, ma questo non gli impedirà, fanno capire gli scienziati, di girare il tornello e di timbrare il cartellino, a glorioso adempimento del loro dovere. Il tutto senza la partecipazione attiva di un uomo e di una donna. Insomma, pare proprio che si avvicini il giorno in cui i bambini possano davvero nascere sotto i cavoli, appena il tempo di stampigliargli sul retro copyright e codice a barre.

Niente più genitori, niente più sesso a fini riproduttivi. Niente più coppie che progettino di superare la loro esistenza generando l’altro da sé attraverso un atto d’amore, cioè una scelta che comporta responsabilità, sacrificio, dedizione. Niente più legami della carne con la carne, e del sangue col sangue.

Non soddisfatti di aver ucciso il Padre celeste, vogliono far scomparire tutti i padri della terra. Vogliono seppellite tradizioni e differenze. Solo allora otterranno quello che inseguono con dedizione e pervicacia: morto il padre, morte le tradizioni e le differenze, muore l’uomo.

Se in principio era il Verbo, ora è la Copula. Alla natura divina si sostituisce quella fruitrice. La Copula Fruitrice non pensa, consuma. E si accoppia, naturalmente, perché è il piacere fine a se stesso che le conferisce scopo e significato. Non occorre che viva, l’importante è che esista, e che si impegni ad ingozzarsi, e ad usufruire nel modo più veloce e confuso possibile di beni e rapporti, in nome di quei diritti che tanto diligentemente hanno predisposto per lei e per il suo annichilimento finale.

Come diceva la canzone? Dammi tre parole… Crocefisso, ovocita, transessuale: eccole, tre parole. Tante ne bastano per riassumere la realtà che ci circonda e per capire quanto valiamo. Cinquemila euro, trattabili.

NOTE

1) Adnkronos, “Scuola: Luigi Albertin, la Corte Europea ha sancito che la scuola deve essere “neutrale”, Libero News, 3 novembre 2009
2) Monica Marelli, “Quanto costa un figlio a ogni costo”, La Repubblica delle Donne, ottobre 2008
3) Enza Cusmai, “Generazione X, così i figli nasceranno senza genitori”, Il Giornale, 30 ottobre 2009

postato da: Milena75 alle ore 15:37 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 14 novembre 2009
campfence
EMERGENZA NAZIONALE. PERCHE'?


Perché dichiarare un’emergenza nazionale quando si ammette che non si è in presenza di alcuna minaccia alla sicurezza nazionale?

La settimana scorsa, Barack Obama ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale a causa della pandemia da virus H1N1, la mai troppo temuta influenza suina. Ad un passo dal panico generale, le istituzioni competenti si sono affrettate a precisare che si è trattato di una semplice precauzione: “In effetti, è piuttosto un mero proseguimento dei passi compiuti al fine di farci trovare pronti”, ha dichiarato Anne Schuchat, in forza al CDC (l’ente per la prevenzione ed il controllo delle malattie infettive), presumendo di suonare rassicurante.

Pronti per cosa?

L’intervento del Presidente americano mostra il fascino del tempismo che non ti aspetti. Appena un paio di giorni prima, New York si era ribellata alla vaccinazione obbligatoria. La Federazione degli dipendenti pubblici ha portato in giudizio il delegato alla Sanità dello Stato di New York, il commissario Richard F. Daines, ottenendo che un giudice revocasse l’obbligo della vaccinazione a carico degli operatori sanitari, minacciati con la perdita del posto di lavoro. Le prossime udienze si incaricheranno di stabilire se si tratta di una revoca temporanea o definitiva.

Le autorità hanno fatto un passo indietro ma, secondo quanto spiega Daines, la momentanea rinuncia all’obbligatorietà della vaccinazione non avrebbe nulla a che fare con le manifestazioni di protesta già programmate che, si fossero verificate, avrebbero generato un notevole contraccolpo a livello nazionale. Essa è stata ufficialmente motivata dalla scarsità delle dosi a disposizione, con ciò spostando l’attenzione sulle responsabilità dei produttori del vaccino, e ottenendo di prendere tempo. Quello necessario a Obama per decidere di intervenire nella maniera più drastica possibile.

Ad onor del vero, bisogna rilevare che Obama aveva la strada spianata: nel 2006, il suo predecessore George Bush aveva già promulgato il Public Readiness and Emergency Preparedness Act (PREP), che conferisce al Segretario del Ministero della Sanità il potere di dichiarare “emergenza nazionale” qualsiasi malattia infettiva, e dunque procedere alla richiesta di vaccinazione obbligatoria dell’intera popolazione. A Obama non è toccato altro che fare i compiti a casa.  

In realtà, il virus appare assolutamente sotto controllo, non grazie alle misure di emergenza, ma perché al momento non si profila affatto l’aggressività che gli era stata attribuita. Il previsto picco di contagi si è verificato – ed è stato dunque superato - a metà ottobre. Non compaiono all’orizzonte le ventilate mutazioni in grado di renderlo più pericoloso.

Eppure, per una qualche ragione, l’amministrazione dichiara lo stato di emergenza come se, da un momento all’altro, frotte di contagiati in pericolo di vita potessero prendere d’assalto i letti degli ospedali. E infatti la ragione dell’inquietante proclama risiederebbe proprio nel desiderio di approntare, nel più breve tempo possibile e bypassando le disposizioni federali, tutte le attrezzature ospedaliere necessarie ad accogliere i malati.

Curioso, per uno Stato che fa tanta fatica a digerire l’approvazione di una riforma sanitaria più equa e solidale per i suoi cittadini.

Il governo adotta misure a ricoverare una folla di infetti in apposite strutture sanitarie. Peccato che della folla di infetti non ci sia traccia. Però ci sono le strutture, e non sono strutture qualsiasi. Sono strutture targate FEMA.

Per chi non avesse dimestichezza con l’acronimo, si tratta della Federal Emergency Management Agency, l’ente che ha gestito con tanta solerte inefficienza il disastro dell’uragano Katrina, distinguendosi però in un altro genere di priorità assegnatele: ostacolare altra assistenza privata e pubblica da parte di individui o gruppi, Croce Rossa inclusa; impedire la circolazione delle immagini relative agli eventi, attraverso confisca del materiale raccolto dai reporter; esproprio delle armi regolarmente registrate da proprietari di casa ai quali è stato impedito di difendere le proprie abitazioni da violenze e sciacallaggi, e che sono stati deportati contro la loro volontà in luoghi militarizzati resi sicuri dalla presenza dei contractors della Black Water.

Il resoconto congressuale del 2006 sulla gestione dell’emergenza Katrina da parte della FEMA dichiara che è stato “…un fallimento nazionale, una abdicazione rispetto all’obbligo solenne di provvedere all’assistenza sociale”.

Se quest’ultima non sembra essere uno dei suoi cavalli di battaglia, in compenso l’Agenzia si difende benissimo nella riallocazione di ingenti quantità di persone in campi presidiati, sospendendone contemporaneamente i diritti costituzionali. Si tratta di campi di detenzione a tutti gli effetti, concepiti allo scopo di…a quale scopo? Trattare emergenze, d’accordo, ma che tipo di emergenze?

Le fonti ufficiali parlano di immigrati clandestini; in alternativa, di non meglio identificati “combattenti nemici”, per cui si dimostri necessaria una detenzione a tempo indefinito e a prescindere dai dettati di un tribunale. Chissà se tra i suddetti combattenti nemici sono compresi anche i 186 dimostranti pacifisti monitorati dalle autorità americane secondo il documento pubblicato nel gennaio del 2007 dall’American Civil Liberties Union, o i 2800 cittadini americani inseriti nel database che cataloga le minacce di terrorismo.

Le teorie in merito alla destinazione ultima dei campi sono numerose. Quel che è certo è che da qualche anno la FEMA procede al rinnovamento e alla costruzione di nuovi campi sparsi per l’America. Nel gennaio del 2006 la KBR, una consociata della più nota Halliburton, ha annunciato di aver ottenuto “un contratto a consegna da definirsi/a quantità da definirsi in vista della costruzione di strutture di detenzione facenti capo al Dipartimento dell’Homeland Security, per un valore di 385 milioni di dollari in 5 anni”.

Non pare avventato immaginare che tali strutture possano essere state concepite per tenere in quarantena persone contagiate da una pandemia, o per imprigionare ed isolare persone che rifiutano di essere vaccinate contro quel virus. Del resto, sotto un regime di emergenza nazionale, la FEMA godrebbe di due anni di controllo pressoché totale sulla popolazione civile, durante i quali i cittadini potrebbero essere soggetti non solo alla vaccinazione forzata, ma anche alla perquisizione senza mandato delle loro abitazioni, alla detenzione sotto minaccia dell’uso della forza, al trasferimento coatto al campo più vicino.

E’ un caso estremo, certo. Un caso da emergenza nazionale. Uno di quei casi in cui le leggi ordinarie vengono sospese a favore dell’arbitrio del governo centrale, che può ordinare di mettere in quarantena una città intera, proibendo gli spostamenti all’esterno e verso l’interno, o la distruzione di infrastrutture e materiali ritenuti pericolosi per la salute.

Uno di quei casi, insomma, in cui assisteremmo alla polverizzazione del Bill of Rights su cui si fonda la democrazia americana, comprensivo del diritto ad un giusto processo, alla facoltà di opporsi ai sequestri stabiliti dal governo federale, a rimanere in silenzio per sfuggire l’auto-incriminazione.

A prendere l’iniziativa, lo scorso agosto, è stato lo stato del Massachusetts, con l’approvazione del “Pandemic Response Bill” 2028, detentore del record di violazioni dei diritti sanciti dalla costituzione americana. Vediamone alcuni passaggi:

“Durante l’emergenza, l’autorità sanitaria locale…ha la facoltà di esercitare la propria autorità…nel richiedere al proprietario o all’occupante l’ingresso e la perquisizione nelle sue proprietà…di obbligare all’evacuazione…di distruggere qualsiasi materiale; di proibire la riunione di più persone nello stesso luogo…” (violazione del Quarto Emendamento);

“…un ufficiale autorizzato…può procedere all’arresto senza mandato di chiunque egli ritenga con fondato sospetto abbia violato un ordine…e dovrà usare una ragionevole diligenza nell’effettuare l’arresto…[minacciato uso di arma da fuoco] (violazione del Quattordicesimo Emendamento);

“Le autorità per l’applicazione della legge, su ordine del commissario o su richiesta della locale autorità sanitaria…dovrà prestare assistenza al personale dell’emergenza sanitaria o ad altro specifico personale medico durante il trasferimento involontario dell’individuo al centro di trattamento…(rapimento);

“Chiunque violi un ordine consapevolmente, costituendo una seria minaccia alla salute pubblica così come determinato dal commissario o dall’autorità sanitaria locale, sarà punito con la detenzione per non meno di 30 giorni, o con una multa di 1000 dollari al giorno per il periodo della violazione, o con entrambe le misure”.

“…il commissario o la locale autorità sanitaria possono esercitare la seguente autorità: vaccinare o provvedere alla profilassi preventiva degli individui a fini di protezione…”

“Un individuo che non vuole sottoporsi alla vaccinazione o al trattamento necessario…potrà essere isolato o messo in quarantena in base alla sezione 96 del capitolo 111 nel caso in cui il suo rifiuto metta in serio pericolo la saluta pubblica…

“Se un individuo non vuole sottoporti alle procedure di decontaminazione o a quelle necessarie per la diagnosi…tale individuo può venire isolato o tenuto in quarantena…”

“Qualora il commissario o la locale autorità sanitaria abbiano motivo di ritenere che una persona è stata contagiata…[essi] possono stabilire la detenzione della persona per il tempo necessario a svolgere gli opportuni accertamenti…”

“L’ordine di quarantena può riferirsi a qualsiasi individuo che non voglia o non sia in grado di sottoporsi a vaccinazione, profilassi preventiva, trattamento medico, decontaminazione, esami medici, test, e il cui rifiuto rappresenti una seria minaccia alla salute pubblica…”

In questo panorama da stato di polizia sanitaria, è fatta salva soltanto l’immunità contemplata a vantaggio dei produttori del vaccino, del personale sanitario e delle autorità incaricate di applicare la legge: qualunque diritto essi violino nell’esercizio delle loro funzioni, qualunque perdita essi provochino, la possibilità di fargli causa equivale a zero.

Su questo i media tacciono. Sul reale e concreto significato di un regime di emergenza nazionale, su quale temibile meccanismo di poteri esso sia capace di innescare, non spendono una parola. Così come sorvolano sulla mobilitazione dell’esercito americano decisa la scorsa estate, proprio durante i mesi in cui i rappresentanti del Massachusetts riscoprivano le loro velleità pionieristiche e indicavano la strada da seguire. 

Alla fine di luglio solo la CNN, che evidentemente aveva messo in aspettativa i suoi debunker in servizio permanente effettivo, riportava le edulcorate dichiarazioni dei funzionari del Ministero della Difesa, secondo cui “l’esercito degli Stati Uniti ha stabilito di creare dei presidi militari a livello regionale per fornire assistenza alle autorità civili qualora si verifichi, nel corso del prossimo autunno, un’epidemia causata dal virus H1N1”.

In che modo, esattamente, interverrebbe l’esercito americano in caso di pandemia? La CNN spiegava che i soldati potrebbero essere impiegati “nel raccogliere campioni di virus da pazienti infetti”… fingendo di ignorare la circostanza che i pazienti verrebbero in tal caso prima radunati, con le buone o con le cattive, poi tenuti in quarantena, successivamente interrogati in isolamento, e magari alla fine persino cremati.

Fanta-scenario? I sacchi per i cadaveri ci sono già, così come i campi FEMA e, da qualche giorno, anche la legge.

Tutta questa serie di misure, benché spiacevoli, potrebbero essere comprensibili e tollerabili se fossero motivate da una drammatica realtà. Ma niente di quanto sta accadendo attualmente le giustifica in alcun modo. L’unica emergenza che si profila all’orizzonte, anch’essa resistente alle mutazioni e soggetta a picchi periodici, appartiene a Big Pharma, ed è quella di vendere più vaccini.

E’ sufficiente a giustificare misure da stato di polizia?

Oppure si tratta di un altro genere di emergenza, di cui i cittadini non vengono messi a parte? E’ il virus, che l’amministrazione americana teme, o il vaccino? O ancora un attacco terrorista di cui il governo pronostica il successo? E siamo sicuri di saper riconoscere i terroristi?

La propaganda del resto non fa che ripeterlo: i terroristi odiano l’occidente perché sono invidiosi delle sue libertà. Se è così, cominciamo ad andare per esclusione. Non sarà Al Qaeda ad avvelenarci, perché stiamo già facendo tutto da soli.

Quinto Ennio insegna: “Si odia chi si teme”. Chi odia a tal punto la volontà popolare da volerla mettere in quarantena?



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mercoledì, 21 ottobre 2009

cartoon
IL TEMPO DI PAGARE

 

Un noto proverbio ricorda che “a morire e a pagare c’è sempre tempo”.

 

Nessuno lo sa meglio di Roman Polanski, che a rimandare i conti con la giustizia ha impegnato buona parte della sua esistenza, e che si è appena visto negare la scarcerazione dalla magistratura svizzera sulla base del pericolo di fuga.

 

Roman Polanski è un signore che fa il regista con lusinghiero riscontro. Ha trascorso parte dell’infanzia nel ghetto ebraico di Cracovia, dal quale riuscì a fuggire, secondo quanto riportano le cronache, con l’aiuto della Chiesa polacca, divenendo cattolico all’età di 10 anni. Gli eventi successivi, drammatici per la verità, devono avere indebolito parecchio quella fede. Alcuni l’hanno irrimediabilmente sporcata.

 

Nel 1977 Roman Polanski ha violentato una ragazzina di 13 anni, premeditando di accoglierla in una casa deserta, di corromperla con l’offerta di un posto nello sfavillante mondo dello spettacolo, di somministrarle alcolici e farmaci al fine di vincerne la resistenza. Tutto si è svolto secondo i piani: Roman Polanski ha ingannato, drogato e sodomizzato la ragazzina di 13 anni. Lui di anni ne aveva 44, e in un’intervista rilasciata a Parigi appena due anni dopo, commentava indulgente: “Che c’è di meglio di una scopata, e per di più con una ragazzina? Ai giudici piace scoparsi le ragazzine. Anche ai giurati. Tutti se le vorrebbero scopare!”

 

Però se l’è scopata lui, la ragazzina tredicenne, il regista famoso convinto di essere in credito con la vita.

 

Roman Polanski è colpevole di stupro, di non essersi mai pentito e di essere fuggito dal sistema giudiziario del suo Paese, che è il sistema in base al quale sono valutati i reati e le colpe dei cittadini di quel Paese. Secondo le leggi di quel sistema, Roman Polanski è colpevole. Già questo dovrebbe rappresentare un ottimo motivo perché sia estradato e incarcerato in quanto pedofilo disonesto e vigliacco, e invece pare non essere sufficiente.

 

Quasi più di Roman Polanski, lo ammetto, mi disgustano quelli che hanno tentato la sua difesa.

 

Quelli che lei non si è difesa abbastanza perché in fondo era consenziente, e se poi l’ha perdonato magari le è anche piaciuto.

 

Quelli che ce l’hanno con Berlusconi perché con le sue leggi accorcia i tempi di prescrizione.

 

Quelli che pensano che l’arte sia una salvacondotto per la perversione, oltre che per ipocrite adozioni intercontinentali.

 

Quelli che però gli Erich Priebke e i John Demjanjuk devono pagare, in nome di una Memoria a senso unico, partorita dall’unione del politicamente corretto col politicamente corrotto.

 

Quelli che non riescono ad immaginare come sarebbe stato se la ragazzina tredicenne fosse stata figlia loro.

 

A morire e a pagare c’è sempre tempo. E’ giunto il tempo di Roman Polanski. Che paghi, finalmente. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 17 settembre 2009

italia-lutto

"Se avete scelto di venire tra noi per la vivacità dei nostri simboli, per estemporaneità o per calcolo rinunciate, andate altrove, ove potrete svolgere il vostro servizio militare con dignità. Ma se avete scelto per il desiderio di partecipare con la generosità di sognatori, per anelito di vincere voi stessi, per volontà di accettare anche sacrifici per onorare una tradizione e uno stile di vita, allora rimanete, perché avete l'animo e lo spirito dei paracadutisti e il carattere per servire nella Folgore.

Vuol dire che non siete i migliori perché sarete paracadutisti, ma diventerete paracadutisti perché siete i migliori".

Generale Bruno Loi

postato da: Milena75 alle ore 13:40 | Permalink | commenti (5)
categoria:afghanistan, onore, folgore
venerdì, 04 settembre 2009

buca

RITORNI MANCATI

....ma sappi che io, di un Fisichella qualsiasi, non mi accontento.

postato da: Milena75 alle ore 18:15 | Permalink | commenti (4)
categoria:p
mercoledì, 29 luglio 2009

funambolo

TORNA SCHUMACHER.

PUOI TORNARE PURE TU.

TI AMO

postato da: Milena75 alle ore 20:28 | Permalink | commenti (7)
categoria: , ritorni, p
martedì, 28 aprile 2009

foto

ARRIVEDERCI

Ho pensato spesso a come sarebbe stato chiudere il blog, a quali parole avrei scelto. Tutto sommato penso che parli da solo, nel bene e nel male, e che non abbia bisogno di commenti ulteriori, compiacenti o compiaciuti.

E' stato una tappa importante, anzi fondamentale. Mi ha dato molto, più di quanto mi aspettassi. Se anch’io poi sia riuscita a dare qualcosa, e a comunicare quello in cui credo, anche solo in parte, anzi necessariamente solo in parte, lo avranno giudicato i lettori.

Ora è il momento di procedere oltre, e di continuare il percorso con altri mezzi.

Un abbraccio  a tutti coloro che mi sono stati accanto in questa esperienza così significativa che, oltre a sporadici quanto intensi attacchi di gastrite, mi ha regalato una nuova consapevolezza e più larghi orizzonti.

In bocca al lupo e…arrivederci.

“Finché uno non si impegna veramente, c’è esitazione, c’è la possibilità di ritirarsi e c’è sempre inefficacia.

In tutti gli atti d’iniziativa e di creazione c’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide idee e piani meravigliosi in numero infinito.

Nel momento in cui uno si impegna davvero fino in fondo, allora si muove anche la provvidenza.

Ti vengono in aiuto mille cose che altrimenti non sarebbero successe: viene verso di te un intero flusso di eventi prodotti dalla decisione, portando a tuo vantaggio ogni genere di imprevisti, di incontri e assistenza materiale che non ti saresti nemmeno sognati.

Qualsiasi cosa tu possa fare o possa sognare di fare, cominciala. L’audacia ha genio, forza e magia.

Cominciala, comincia adesso!”

J.W. Goethe

http://www.youtube.com/watch?v=fXj_yG1bvzQ

 

 

 

 

 

 

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categoria:congedo
domenica, 26 aprile 2009

stupro di gruppo

ANCORA LORO. SEMPRE LORO.

Uno stupro, come ce ne sono tanti.

Di notte, a  Sesto San Giovanni, periferia di Milano. Una macchina appartata, due fidanzati. Sui vetri, improvvisamente, le ombre dei loro cappucci. La rapina, che non basta mai. I pugni a lui. Tanti, da procurargli la frattura del setto nasale e seri problemi ad un occhio. La fuga di lei, inutile. La rincorrono, la riacciuffano, la risbattono dentro l'auto, e poi via, a turno. Sono in quattro, e non finisce mai. Prima ridono, poi ansimano. Puzzano, puzzano da morire, e quell'odore le resta addosso - nel naso, nella testa.

Fatto. L'ultimo calcio a lui, da vigliacchi, per lasciarli lì, sprofondati nel dolore e nel sangue. Nella disperazione sopraffatta e muta che segue la razzia.

Uno stupro, come ce ne sono tanti. Compiuto da romeni, come ce ne sono tanti.

Troppi.

postato da: Milena75 alle ore 18:32 | Permalink | commenti (8)
categoria:violenza, romeni
domenica, 26 aprile 2009

candidate alle europee

MERITOCRAZIA

Da non perdere. Per chi avesse dimenticato, o semplicemente tentato di rimuovere, ecco chi è Angela Sozio, l'unica rossa ad aver conquistato il cuore del nostro Premier, che infatti la candiderà per elezioni al parlamento europeo (dove l'Italia già gode di ottima fama) nelle liste del PDL.

http://www.youtube.com/watch?v=UZ1q2DqEBsA&NR=1

postato da: Milena75 alle ore 14:29 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 22 aprile 2009

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RAZZISMO/2

Nella notte tra il 21 ed il 22 aprile di due anni fa, un ragazzo ispanico di 18 anni venne violentato da due ragazzi bianchi in nome della supremazia razziale.

David Ritcheson era ad un party di studenti a Spring, Texas, in casa di amici. La sua colpa fu quella di aver tentato di baciare una ragazza. Tutti i ragazzi, quella notte, fecero uso di alcol e droghe. Ma alcol e droghe non bastano a spiegare quello che David Ritcheson fu costretto a subire.

David Henry Tuck e Keith Robert Turner, rispettivamente di 18 e 17 anni, hanno picchiato e denudato David. L'hanno bruciato con delle sigarette, cercando di incidergli una svastica sul collo, e preso a calci. Poi l'hanno sodomizzato con un ombrellone, gridando cori razzisti come "potere ai bianchi". Alla fine, forse nel tentativo di nascondere le tracce della violenza, gli hanno versato addosso della candeggina.

David venne lasciato nel retro della casa in quelle condizioni per tutta la notte. L'ambulanza venne chiamata nella tarda mattinata del 22 aprile, e per molti giorni si temette che non ce la facesse a sopravvivere.

David sopravvisse quasi per miracolo, affrontando una serie infinita di operazioni ma rifutando l'aiuto di uno psicologo. Lentamente tentò di riappropriarsi della sua vita. Smise di consumare droghe, continuò gli studi, divenne una bandiera dell'odio razziale. Tuck e Turner vennero condannati al carcere a vita. Il coraggio e la determinazione di David destarono ammirazione e commozione. Quello che preoccupava era la sua assoluta incapacità di ritornare con la mente alla notte della violenza. In un'intervista ad un giornale di Houston, spiegò:

"Lo so che non dovrei preoccuparmi di quello che la gente pensa o dice. E' che tutti sanno che si tratta di me. Lo sanno a Houston, lo sanno in Texas, lo sanno in America. Tutto il mondo conosce la storia, e tutti conoscono i dettagli".

Sembrava forte, David, più forte del suo tormento e della vergogna. Più forte delle umiliazioni e della violenza subita. I suoi genitori furono felici di lasciarlo partire per una crociera, credevano fosse il segnale chiaro della ripresa.

David non è mai tornato dalla sua vacanza. La notte del primo luglio del 2007 ha scelto di buttarsi dal ponte della nave su cui si era imbarcato e di immergersi per sempre nelle acque del Golfo del Messico.

David Ritcheson si è suicidato per il dolore. David Ritcheson è stato ucciso dal razzismo.

postato da: Milena75 alle ore 15:48 | Permalink | commenti (3)
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